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 . Digital Marketing  . Brand Activism è utile anche per le piccole attività locali
Brand Activism per Negozi Locali Marketing

Brand Activism è utile anche per le piccole attività locali

Che cos’è il “Brand Activism”?
È l’impegno di un’impresa a promuovere cause sociali, politiche, ambientali, civili, con l’obiettivo di stimolare un cambiamento nell’ambiente esterno.

Il grandi brand e le multinazionali sanno benissimo quanto possono influenzare la propria comunity a comportarsi in modo virtuoso.
Un esempio è quello di Patagonia con la campagna “Don’t buy this Jaket” (Non comprare questo giacchetto). Un invito alle persone di usare vecchi capi ancora in buono stato o semplicemente a rammendarli effettuando una scelta responsabile verso l’ambiente.
L’abbigliamento è uno dei settori che crea più danni sociali e ambientali di tutti, in particolar modo il fast fashion.
Patagonia, anche se potrebbe aver venduto qualche giacca in meno, ha dimostrato di essere sensibile alla tematica con un forte messaggio valoriale che la premierà sul lungo periodo.
Da sottolineare che i clienti di Patagonia sono principalmente giovani e utilizzano i loro capi per fare escursionismo, e quindi sensibili ai temi ambientali. I più cinici avranno notato che nell’immagine dove campeggiava l’invito di non comprare la giacca era ben visibile proprio il capo di abbigliamento da pubblicizzare creando così ancora più curiosità tra il pubblico.

Di esempi ce ne possono essere infiniti:
Airbnb ha regalato 20.000 alloggi ai rifugiati Afghani in tutto il mondo durante l’attacco dei Talebani, Sky con la campagna “Ocean Rescue” si è impegnata a ridurre l’uso della plastica in azienda e, contestualmente, supportare progetti per la pulizia degli oceani.

Certe volte basta poco per avvicinarsi a una categoria di persone svantaggiate e farle sentire speciali. È il caso di Decatlon che, in Canada, ha modificato il classico simbolo stradale per i parcheggi riservati ai diversamente abili inserendo le icone di persone su sedia a rotelle che facevano sport.
Uno dei forti valori difesi dall’azienda è l’inclusività nell’ambiente sportivo, basata sull’accettazione di tutti.
In questo modo il logo tradizionale di una persona su sedia a rotelle viene esercitato in varie attività sportive come rugby, basket, tiro con l’arco o tennis. Queste discipline non sono state scelte a caso in quanto rappresentano quelle praticate dalla squadra canadese ai Giochi Paralimpici.

Ovviamente il brand activism non è esente da problemi. Prendere una posizione in alcune tematiche polarizzanti potrebbe far aumentare clienti ma anche farli perdere. Serve coerenza, anche nel lungo periodo, deve essere affine con il proprio posizionamento e soprattutto bisogna tenersi lontano da quello che può essere definito “social washing“, ovvero un attivismo di facciata.

Un esempio di “autogol” (il termine non è casuale) è quello di Mastercard dove le critiche alla campagna di attivismo hanno annientato la campagna stessa.
Durante il campionato del 2018 il re delle carte di credito ha promesso di regalare 10.000 pasti a bambini in paesi in via di sviluppo per ogni gol segnato da Messi o Neymar Jr.
A prima vista una lodevole iniziativa, ma calcolatrice alla mano, tenendo conto della media reti dei due calciatori parliamo di appena 1 milione di pasti. Ipotizzando 5$ a pasto (tra preparazione e logistica) ci avviciniamo alla somma di 5 milioni di dollari. Briciole per un’azienda il cui CEO ne guadagna annualmente 20 e che genera $10 miliardi di utili.
Sarebbe stato forse più saggio regalare pasti per ogni gol di qualsiasi giocatore in campionato.
Non si deve essere così ingenui nel pensare che il pubblico non percepisca quando l’occhio è molto più sbilanciato sul portafoglio che sul cuore, soprattutto con un problema così drammatico come la fame nell’infanzia.

Sono numerosi gli studi che certificano come i consumatori siano sensibili al comportamento delle aziende e modificano i propri acquisti anche in base a questi fattori.
L’Osservatorio Civic Brands, un progetto di Ipsos e Paolo Iabichino, ha misurato che il 43% ammette di aver smesso di comprare prodotti o servizi di alcuni brand proprio perché deluso dal loro comportamento sul piano civico, percentuale a cui ci somma il 67% di chi considera anc